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questo, una volta, era il blog dell'omonimo podcast, ambientato sulle strade del pendolarismo romano. ora è solo un confuso contenitore di riflessioni nate all'interno e all'esterno della rete, tra barcamp, olgiata, agro pontino, eur, testaccio, versilia e altri luoghi/non luoghi dove mi sveglio, mi addormento, mi trovo a metà strada...


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giovedì, dicembre 11, 2008
 
L'Italia di Weimar  

copj13.aspDa un po' di tempo mi sono convinto che i problemi di questo paese, in prima battuta, non si vedono in tutta la loro gravità attraverso i pur preoccupanti indicatori economici, quelli per cui la nave appare inequivocabilmente diretta verso un enorme iceberg ma a bordo si beve champagne e si balla il cha-cha-cha...

No, il vero ventre molle dei problemi dell'Italia si riesce a toccare solo cogliendo i segnali deboli, i mille fatti della quotidianità che tutti insieme ci dicono che molto presto il belpaese sarà un lontano ricordo, sostituito - a seconda delle previsioni - dal sultanato di gomorra, o da una specie di disneyland per mafiosi orientali, o da una immensa "valle dell'acheronte" per tutti i disperati del bacino del mediterraneo, e via cassandrando.

Per accorgersi di questi segnali deboli è sufficiente fare una vita normale, e non vivere - come molti si ostinano a fare, dando il loro prezioso contributo al disastro, sotto la proverbiale campana di vetro. Per esempio, prendere i mezzi pubblici: oggi, dopo una banalissima notte di pioggia, ho deciso di recarmi in ufficio utilizzando la rete di trasporto su ferro la quale - presumibilmente - mi avrebbe recapitato a destinazione magari in ritardo, ma comunque in tempi competitivi rispetto alla scontata odissea del raccordo anulare e della pontina.

Il segnale debole della crisi è che mi sono considerato fortunato ad arrivare in ufficio dopo 5 ore e 12 minuti. E che non mi sono indignato per il fatto di aver trascorso 2 ore nella FR3, inaugurata appena 8 anni fa e definita una delle ferrovie locali più avanzate del mondo, rinchiuso in vagoni senza la minima aerazione, col treno che si fermava per 15-20 minuti tra una stazione e l'altra e nessuna possibilità di fuga. Il tutto in mezzo alle prevedibili scene di panico da claustrofobia, con conseguenti malori dei passeggeri, alcuni dei quali sono saggiamente scesi in corrispondenza delle fermate degli Ospedali (S. Filippo Neri e Gemelli).

Nel frattempo, là fuori, gli automobilisti si considerano fortunati se - pur fermi da ore - non sono stati inghiottiti da qualche voragine o se non sono finiti morti annegati come la signora di Monterotondo.

Mi chiedo: se le ferrovie e l'ANAS non hanno i fondi per garantire la funzionalità delle infrastrutture, se i treni non partono, se gli aerei non ci sono, se il paese semplicemente non è in condizione di lavorare che ci stupiamo a fare del crollo della produzione industriale?

Adesso mi direte che i due dati non sono direttamente correlati, che il crollo del PIL è legato al crollo dei consumi, con le solite babeli di concatenazioni macroeconomiche che da sempre mi fanno dubitare della necessità di mandare i nostri figli a prendere (o meglio, "comprare") l'MBA di turno...

No, il punto è molto più semplice. Un paese senza infrastrutture non può funzionare. Intanto non è competitivo, ma alla lunga esplode anche dal punto di vista strettamente sociale.

Al contempo, l'altro elemento che mi fa riflettere in questi giorni è che, proprio come nella Germania di Weimar che covava il germe del nazismo, alla depressione economica italiana  fa da contraltare una sconcertante moltiplicazione delle attività e delle iniziative di carattere pseudo culturale o pseudo creativo.

Proprio come descritto nel celebre libro di Laqueur, o nel monumentale Heimat di Edgar Reitz, non è la consapevolezza dell'avvicinarsi del baratro a renderci più ispirati artisticamente. L'arte o la cultura, o quella che chiamiamo così, è per noi uno strumento per fuggire dalla realtà. E ovviamente è proprio per questo che i protagonisti di questa creatività sgangherata, a cui - duole ammetterlo - una parte dell'universo dei blogger e degli User Generated Content partecipa gioiosamente, non sono affatto frutto di una selezione naturale basata sul talento, ma conseguenza di una selezione molto più prosaica: quella economica. Solo le persone che per stile di vita, classe di reddito e accesso agli strumenti possono permettersi di partecipare al grande circo dell'"iniziativa culturale" ("ho creato un evento", "ho tenuto una mostra fotografica", "ho scritto un libro", "ho aperto una scuola di yoga" ecc. ecc.) ottengono proprio grazie alla rete una certa visibilità. Una visibilità effimera, perchè non genera alcuna fonte di reddito e non consegna alcun valore al paese reale (costituito da coloro i quali non possono nemmeno permettersi di fruire di queste attività, figuriamoci organizzarle) .

Fatalmente, come ho avuto modo di argomentare nel corso di un dibattito pubblico, questo significa che la creatività rimane appannaggio delle generazioni over 30, proprio per il fatto che semplicemente i trentenni e i quarantenni se la passano meglio dei ragazzi di oggi, che dal canto loro avrebbero molte più idee ma che ovviamente, facendo nella migliore delle ipotesi due lavori precari per pagarsi gli studi, se riescono a ritagliarsi 10 minuti di tempo libero preferiscono copulare in macchina, come i protagonisti del bellissimo "Tutta la vita davanti" piuttosto che tenere conferenze gratuite sullo shiatsu.

Se questa è davvero, come pare, l'Italia di Weimar, c'è solo da sperare che non partorisca un mostro simile a quello che assunse il potere nella Germania del 1933. E che per prima cosa, guarda caso, abbindolò il paese costruendo le autostrade e le ferrovie. Per poi trascinare tutti nell'abisso in fondo al quale riscoprimmo a cosa serve, ogni tanto, guardare al di là del giardino di casa.
postato da pendodeliri | 15:19 | commenti (5)