pendodeliri




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questo, una volta, era il blog dell'omonimo podcast, ambientato sulle strade del pendolarismo romano. ora è solo un confuso contenitore di riflessioni nate all'interno e all'esterno della rete, tra barcamp, olgiata, agro pontino, eur, testaccio, versilia e altri luoghi/non luoghi dove mi sveglio, mi addormento, mi trovo a metà strada...


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questa è l'email di pendodeliri

Idee per la nuova comunicazione - il mio blog professionale


questo è il quasi cile, ovvero
il percorso quotidiano casa-lavoro

questo è SS148, conversazioni sul becerume il video che segna l'inizio del progetto pendodeliri (2003)

questo è il feed della terza serie del podcast di pendodeliri (2006) ormai concluso dopo oltre 120 puntate in totale

questo è il feed delle prime due serie del podcast di pendodeliri (2004-2005) - attenzione, abbonarsi con iTunes o visualizzare con Internet Explorer per ascoltare i file MP3, non funziona con i segnalibri live di Firefox

Dello stesso autore
Due occhi da straniero, un ciclo di interviste ai corrispondenti della stampa estera in Italia (2006)
PodPower, net sounds worth listening (2005) - non funziona con Firefox, visualizzare con Internet Explorer

Dello stesso producer
Il Solaio di Berto, interviste storiche a famosi attori e registi cinematografici (2005)
Berto's Garret, vintage interviews to famous actors and movie directors (2005)
Bupitales, il podcast di mia figlia (2005-2006)



questa è Proxy Bar, la trasmissione di Radio Imago che ho condotto nel 2007 con Daniela Apollonio

questa è invece Lo Sciame, la rubrica di Radio Spazio Aperto che conduco ogni lunedì alle 22.00 circa nel corso de 'Il Terzo Incomodo'
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martedì, marzo 17, 2009
 
Un certo discorzo de communigazzione

"Allora - esordisce l'account - qui se tratta de fa' un certo discorzo de communicazzione integrada, che coinvolga in prima battuda li regazzini dee scuole medie. Essì, perchè li regazzini dee scuole medie so in quarche misura, in embrione, gli steikolder der terzo millennio, senza dimenticare il ruolo di ambassador dei messaggi chiave daa campagna nell'ambito der nugleo familiare". (estrae un lucido dove è scritto, in alto "Strateggie, Obbiettivi, Risurtati")."

"Ner nostro discorzo ce sta innanzitutto una strateggia pusc-pul di messaggi che andranno poi declinati sui vari strumenti. Er primo strumento è questa vetrofania - Veruska, che me passi a vetrofania pe cortessia - grazzie."

(l'assistente, rampolla fancazzista dei di Robilant, estrae un oggetto di vetro con varie scritte colorate, e lo poggia con una smorfia sul tavolo del cliente)

"La Vetrofania sarà utilizzada in occasione di particolari punti-evento associati a momenti-evento nelle aree comuni delle scuole: er cortile, er baretto, er campo de carcio. I momenti-evento sono occasioni sociali in cui i regazzini sono immersi in una virtual expiriens carica de messaggi pusc-pul, expiriens che poi porteranno tra le mura de casa anche attraverso un apposito flaier (estrae un pezzo di carta con le stesse scritte colorate), cioè uno strumento de communigazione agile e de arta visibbilità."

"Nei punti evento un ruolo strateggico lo giocheno gli espositori (estrae uno strano cartone). Questi contengono dei gadgett che riprendono i tempi daa campagna: penne, spillette, adesivi che i regazzini si scambiano nei momenti-evento, costruendo awereness e ricorstruendo la virtual expiriens."

"La condivisione del momento-evento diventa poi er tema daa campagna onlàin. Con il megaportale della campagna, i banner ma soprattutto sui cellulari dei regazzini con una valanga de loghi, suonerie, jingl, wallpeiper e altri strumenti che richiameno l'esperienza condivisa."

"Per raccojere awereness anche presso er grande pubblico che ha scarza confidenza coi strumenti informatici, a ogni momento-evento scatta er dairectmeil a 500.000 indirizzi de casalinghe, vecchiette e gente morta che sta però nei nostri indirizzari."

"Con le affissioni nii snodi cruciali e i pubbbliredazzionali sulla fripress, e una seconda ondata de spillette lanciate dar dirigibbile, la campagna raggiunge er culmine dopo due settimane de attività. E partono i spott in praimtaim."

(Veruska distribuisce quattro copie di un incomprensibile grafico con istogrammi orizzontali, pieno di scritte microscopiche. si legge chiaramente solo la parola "spott").

"In questo GANTT (prova a pronunciarlo come la città belga) vedete le mailston der piano de communigazione, fino ar collocamento delle azioni in banca (il consulente Morgan & Stanley, vestito di nero e che aveva taciuto fino a quel momento, fa sì con la testa)."

"Al sottoscrittore viene sottoposta la nota informativa (mostra un A4 scritto in legalese fitto fitto), mentre la stampa nazzionale pubblica l'annuncio tecnico der collocamento."

"Sei mesi dopo, sempre alle vecchiette viene distribuido 'er kit dei cartoneros', con tutto er necessario per frugare il cartone naa monnezza, più l'esclusiva pentola per protestare davanti alle banche." (il consulente Morgan & Stanley ha una smorfia impercettibile).

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PS: e con questa vi lascio per davvero... :)
postato da pendodeliri | 23:22 | commenti (3)


lunedì, marzo 09, 2009
 

This is the end, my friend


Che cosa tiene in piedi un blog, e soprattutto che cosa decreta la sua fine? Messe da parte le risposte dal sapore più lugubre, molto spesso un blog va avanti finchè ci sono cose da raccontare, e finchè c’è il tempo e l’energia per raccontarle. A volte però è l’esperienza stessa che ispira un blog a venire meno. E temo proprio che sia ciò che è successo a Pendodeliri.

Nato come primo, rudimentale ruolo di interlocuzione con gli ascoltatori dell’omonimo podcast, Pendodeliri era sopravvissuto alla fine delle tre serie in audio (e alla nascita di altre esperienze più serie) grazie ai continui spunti che la vita del pendolare continuava ad offrire.

Ora però è accaduto l’imponderabile: sono stato trasferito in una nuova sede di lavoro a mezz’ora d’auto da casa mia, quella mezz’ora che tutti i romani considerano un tempo standard per portare a casa la pagnotta. Insomma non si tratta più una esperienza estrema e picaresca. Non mi potrà più accadere di rimanere intrappolato in auto per 4 o 5 ore, di perdermi nei centri commerciali deserti, di farmi leggere la mano dalla zingara dell’autogrill, di chiacchierare coi romeni seduti sul muretto in attesa del padroncino di turno. In sintesi, non sarò più immerso nel becerume. In compenso, farò un lavoro che ha molto più a che fare con i miei interessi e le mie curiosità.

Il becerume, peraltro, rimarrà ben presente nella mia vita. Questi anni a Pomezia sono stati molto istruttivi in merito, rivelando alcuni dei meccanismi che hanno trascinato questo paese così in basso. Senza questo livello di alienazione non avrei maturato la necessità di aprire la mente ai nuovi mondi, e alle nuove persone che stanno provando a costruirli. Non ci sarebbero stati né i podcast né i barcamp, né i twitteritivi, né le mie collaborazioni con il mondo universitario e della formazione aziendale. Tra le altre cose, non ci sarebbero state nè Proxy Bar, nè Mutazioni Digitali, due progetti in cui ho creduto molto e che mi hanno divertito molto. Sarei forse diventato uno di quei comunicatori quarantenni sbracati nelle loro poltrone a disquisire di affissioni e di centri media, di vetrofanie, espositori e cianografiche, sicuri che le cose non sarebbero mai cambiate.

Insomma, devo molto a Pomezia, al Quasi-Cile, allo stesso becerume. E rischio seriamente di cadere vittima della Sindrome di Stoccolma che previdi in un ormai lontana registrazione. Ma non posso tornare indietro, e quindi devo necessariamente chiudere questa esperienza straordinaria e questo blog così importante per la mia vita. In rete, ovviamente, continuerò ad esistere soprattutto qui. Grazie per avermi seguito, per la vostra pazienza, per i vostri commenti, per il vostro prezioso contributo.

postato da pendodeliri | 13:03 | commenti (10)


giovedì, febbraio 26, 2009
 
Perchè distorcere?

Prepotentemente, nelle case di milioni di persone ha fatto la sua apparizione, lo schermo in 16/9 in alta definizione. In versione LCD, Plasma, e ormai anche LED.

Gli italiani, però, lo usano quasi esclusivamente per vedere la televisione tradizionale, in bassa definizione, e con rapporto 4/3. Del resto l'offerta HD è ancora nettamente minoritaria, e comunque a pagamento. Lo si potrebbe definire un trionfo del marketing, ma non è questo il punto.

C'è un particolare rivelatore: i programmi in 4/3, per non essere distorti, oppure per non perdere le porzioni superiori e inferiori dell'immagine, devono essere visualizzati nella parte centrale dello schermo, possibilità ovviamente offerta da tutti i televisori di nuova generazione. Eppure tutte le volte che mi è capitato di entrare nel salotto di un felice possessore di megaschermo preferiscono occuparne l'intea superficie con una immagine distorta. Non importa se i conduttori sembrano tutti pavarotti, le veline sembrano velonze, le porte da hockey sembrano porte da calcio. No, l'importante è che l'immagine, tutta l'immagine, occupi integralmente il "grande schermo".

Insomma, la "value proposition" di questo prodotto non è "vedere meglio la televisione", ma rendere più invasiva e strabordante la presenza dei media nelle nostre case. Sul perchè di questo atteggiamento non basterebbe però un saggio di marketing. Ci vorrebbe un trattato di psicologia.
postato da pendodeliri | 11:06 | commenti (5)


venerdì, febbraio 20, 2009
 
Due modi di avere 18 anni

L'incommensurabile pasionaria Tisbe dedica alla figlia questa bellissima poesia, in occasione del suo ingresso nell'età adulta (o così si chiamava una volta).

La metto da parte per quando mia figlia, passati i fasti delle presunte copertine di Wired, varcherà lo stesso traguardo, nella speranza che non diventi così.



Passa tranquillamente tra il rumore e la fretta,
e ricorda quanta pace può esserci nel silenzio.
Finché è possibile senza doverti abbassare,
sii in buoni rapporti con tutte le persone.
Dì la verità con calma e chiarezza; e ascolta gli altri, anche i noiosi e gli
ignoranti;   anche loro hanno una storia da raccontare.
Evita le persone volgari e aggressive; esse opprimono lo spirito.
Se ti paragoni agli altri, corri il rischio di far crescere in te orgoglio e acredine,
perché sempre ci saranno persone più in basso o più in alto di te.
Gioisci dei tuoi risultati così come dei tuoi progetti.
Conserva l'interesse per il tuo lavoro, per quanto umile;
è ciò che realmente possiedi per cambiare le sorti del tempo.
Sii prudente nei tuoi affari, perché il mondo è pieno di tranelli.
Ma ciò non acciechi la tua capacità di dinstinguere la virtù;
molte persone lottano per grandi ideali, e dovunque la vita è piena di eroismo.
Sii te stesso.  Soprattutto non fingere negli affetti, e neppure sii cinico
riguardo all'amore;
poiché a dispetto di tutte le aridità e disillusioni esso è perenne come l'erba.
Accetta benevolmente gli ammaestramenti che derivano dall'età,
lasciando con un sorriso sereno le cose della giovinezza.
Coltiva la forza dello spirito per difenderti contro l'improvvisa sfortuna,
ma non tormentarti con l'immaginazione.
Molte paure nascono dalla stanchezza e dalla solitudine. Al di là di una
disciplina morale, sii tranquillo con te stesso. Tu sei un figlio dell'universo, non meno degli alberi e delle stelle;
tu hai il diritto di essere qui.

E che ti sia chiaro o no, non vi è dubbio
che l'universo ti stia schiudendo come si dovrebbe. Perciò sii in pace con Dio,
comunque tu lo concepisca, e qualunque siano le tue lotte e le tue aspirazioni,
conserva la pace con la tua anima pur nella rumorosa confusione della vita.
Con tutti i suoi inganni, i lavori ingrati e i sogni infranti,
è ancora un mondo stupendo.
Fai attenzione.
Cerca di essere felice.

(Trovata nell'antica chiesa di S. Paolo, Baltimora. Datata 1692. Traduzione di Enrico Orofino)
postato da pendodeliri | 14:04 | commenti (1)


martedì, febbraio 03, 2009
 
Let's make it happen

Sabato scorso è successa una cosa interessante. Frequento una piscina, solo per il nuoto libero, che peraltro è alla mia portata solo il sabato e alla domenica mattina, dato che nei giorni feriali l'impianto è monopolizzato dalla scuola nuoto dalle 17 in poi.

Sabato scorso, passando davanti alla segreteria, ho pensato: "Certo, cosa gli costerebbe destinare un paio di corsie a noi travet nell'orario di uscita degli uffici, che so, dalle 18 alle 20?". Così, col permesso dell'addetto, prendo un foglio di carta e un pennarello, e ci scrivo "Raccolta Firme", poi la richiesta in questione, lasciando mezzo foglio vuoto: molto 1.0.

Vado nello spogliatoio. Fermo due persone: due firme. Poi un signore in accappatoio, nel corridoio che conduce alla tensostruttura: la sua firma, e le coordinate della moglie, "che firmerà anche lei".

Insomma in 12 minuti ottengo 10 firme. Poi mi tuffo, per il solito 20 + 20 poco agonistico e molto ortopedico. Esco dalla piscina, faccio una copia e la appendo in bacheca, davanti allo sguardo allibito dell'addetto.

Non so come andrà a finire questa storia, non so come reagirà la direzione. E forse questa mia iniziativa sembrerà una cosa piccola, insignificante. Ma solo 5 anni fa, prima dell'esplosione delle reti sociali per intenderci, non avrei mai fatto una cosa del genere. Mi sarei rassegnato all'assurdità decisa dall'"autorità", senza provare a cambiare questa piccola cosa, che è però importante nel quadro della mia settimana standard.

Solo una domanda: i social media, con la loro capacità di aggregazione, hanno una funzione educativa rispetto ai media tradizionali, passivi e da svacco istituzionalizzato? Io voglio crederci, non tanto per me, quanto per le generazioni che avranno modo di cavalcare la tigre come si deve.
postato da pendodeliri | 16:54 | commenti (5)


venerdì, gennaio 16, 2009
 
Un certo tipo di ateismo è una religione

Di solito leggo NightPassage per le recensioni sulle mostre, sui concerti e sulle ultime uscite jazz. Ma molto spesso il buon Renato coglie nel segno anche sul fronte della "fotografia" della nostra società. Quoto tutto.

"Scrivo questa riflessione in merito allo spot sull'ateismo promosso dalla UAAR, l'unione degli atei e agnostici razionalisti, che apparirà su alcuni autobus di Genova. Questa storia mi ha fatto venire in mente quelle scritte che si vedono sull'autostrada: "Dio c'è"; che mi sono sempre chiesto da chi mai saranno state realizzate. Gli atei hanno fatto praticamente la stessa cosa al contrario, scrivendo sugli autobus di Genova: "Dio non c'è". Ma ovviamente queta buffonata ha un costo, per questo viene chiesto agli "adepti" l'obolo per promuovere la "causa" dell'ateismo. Lo ammetto apertamente, non sono mai stato un fervente cattolico, le mie frequentazioni con la chiesa sono dovute quasi esclusivamente al fatto che suono in due bande, (una peraltro è la banda di un Santuario) e questo comporta una serie quasi ininterrotta di processioni religiose da maggio fino a settembre. Queste premessa mi serve per sottolineare che la critica che voglio fare agli atei e agnostici razionalisti non viene da qualcuno vicino alla chiesa, ma da una persona che si considera laico, indipendente e "anarchico" anche nei confronti della religione. Non ho assolutamente niente contro chi si dichiara ateo, quelli che non sopporto sono proprio gli atei e agnostici razionalsiti della UAAR intesi come associazione, quelli che cercano di farti capire, con una certa aria di presunzione, che "se tu credi sei uno stronzo".
Ma visitando il loro sito ci si rende subito conto di una cosa: la loro associazione è in pratica una sorta di "religione di adepti all'ateismo". E come ogni religione che si rispetti c'è anche un rito di iniziazione, i cristiani hanno il battesimo e loro hanno lo "sbattezzo" cioé il rifiuto del battesimo. Hanno i loro circoli che sono le loro chiese dove espletano i loro riti, cioé le loro inziative. per le quali servono soldi che chiedono agli adepti.. Una vera e propria eucarestia dell'ateismo insomma. E la pubblicità sugli autobus, così come il loro sito web e le loro riviste, tutto questo costituisce la loro evangelizzazione. Qundi qual'è la differenza fra la chiesa degli atei e qualsiasi altra confessione?"

[via Renato Biolcati Rinaldi]
postato da pendodeliri | 14:36 | commenti (12)


venerdì, gennaio 09, 2009
 
La sindrome delle bollicine

spumantePer tanti anni, da single, mi sono chiesto come mai le più efferate tragedie familiari si verifichino puntualmente durante le feste Natalizie. "Perchè è un periodo in cui si è costretti a stare insieme" era la mia cinica risposta. Ora che ho una famiglia ho cambiato decisamente idea, e sono giunto a più ragionevoli, ma non meno gravi, conclusioni.

In un mondo in cui possiamo decidere in modo sempre meno "coatto" e sempre più indipendente come trascorrere il tempo libero, l'idea che qualcuno ci obblighi, in un certo periodo dell'anno, a inanellare cenoni che sono un vero insulto al resto del mondo, accaparrare cibo e regali nei centri commerciali,  "vedere il film di Natale" e - last but not least - festeggiare con un flute in mano la mezzanotte del 31, sennò porta sfiga, è un'concetto che respingiamo a pelle, qualcosa che mette a dura prova i nostri nervi.

Le mamme, inoltre, si trovano a dover gestire giorno e notte i loro pupi, dato che le scuole chiudono per tre settimane. In più, dato che vaccinarsi è diventato fuori moda, in molti dilapidano le ferie obbligate standosene a letto col termometro. Sullo sfondo, altre tristi diapositive, come le messe di Natale dove si affollano quelli che a messa non ci vanno mai, la tredicesima dissanguata dalle tasse, gli eroici mutilati dai botti, le risse per i parcheggi, i listini gonfiati delle vacanze ("dato che ti obbligano, paga di più!") e le due comiche finali: i saldi in contropiede, e l'ineludibile showdown con la bilancia.

Quale periodo migliore per "sentirci tutti più buoni", dopo un anno faticosamente trascorso a cercare, spesso con successo, un equilibrio con noi stessi e con gli altri?

Come disse profeticamente il grande Doppiafila, in questi momenti la cosa interessante da fare è cogliere al volo la fotografia dello "scoglio che affiora", e cioè avvistare quelle rare manifestazioni palesi del becerume che normalmente rimangono sottotraccia, in qualche anfratto del nostro amor proprio o - più probabilmente - in ciò che rimane del nostro senso di decenza.

Una di queste manifestazioni lampanti si è palesata la sera del 31. Avevo deciso di portare la famiglia al concerto Gospel dell'Auditorium, uno dei luoghi meno incivili di Roma, dove più volte, nei giorni di pioggia più martellante, ci eravamo rifiugiati anche solo per un giro al bookshop, con annessa merenda alla caffetteria. "Un posto dove stare" è uno dei payoff della creatura di Renzo Piano, e occorre dire che tiene fede alla promessa, dove la cultura si fonde gradevolmente con il vissuto quotidiano di grandi e piccini.

Ma il 31 è pur sempre l'ultimo dell'anno. E infatti i 2700 della Sala Santa Cecilia hanno assistito immobili e brasati sui loro sedili rossi allo spettacolo dei nerissimi "Singers", di norma trascinanti ma stavolta impotenti rispetto alla distesa di cotechini distribuiti che si sono trovati di fronte. Già, perchè molti - inequivocabilmente - si erano appena scrofanati l'impossibile, e non avevano voglia di ballare, come normalmente si fa in queste occasioni (l'anno scorso ci andammo il 30, e fu ovviamente così).

E pazienza, ho pensato. In fondo, in un angolino della sala, in splendida solitidine, ho ballato con mia figlia toccando vette ineguagliabili di felicità. Ma il peggio doveva ancora arrivare.

Finito il concerto, i cantanti invitano il pubblico a spostarsi nel foyer, dove ci sarebbe stato un brindisi collettivo per il nuovo anno. Alla parola "brindisi" quella che fino ad allora era stata una massa tutto sommato statica di cotechini distribuiti assume immediatamente le fattezze di un'orda impazzita, che scende le scale di corsa e si avventa sui "flute" allestiti al piano terra. A guidare l'assalto, una mandria di vecchiette impellicciate, terrorizzate all'idea di non stringere il bicchiere pieno allo scoccare della mezzanotte.

Per noi invece la priorità è portare i bambini in un luogo sicuro, cosa che riusciamo a fare solo dopo che la paura della folla ha preso, comprensibilmente, il sopravvento. E così per loro il ricordo di questa giornata sarà per sempre segnato da questi brevi attimi di genuino panico.

Arriva la mezzanotte, e finalmente capiamo la regia della serata. I cantanti, in cima alla scalinata, mentre chi ha raggiunto il calice lo alza trionfante, intonano "Oh happy day". La value proposition, ciò che era stato venduto e promesso alle vecchiette impellicciate non era un concerto Gospel, ma la prospettiva di diventare protagoniste dello spot della loro giovinezza, in cui quelle note erano inequivocabilmente associate al capodanno e all'auspicio di un futuro migliore.

Per quanto mi riguarda, la prospettiva di trascorrere il 2009, e chissà quanti altri anni insieme a questo popolo idiota mi atterrisce. Lo stesso popolo che, mettendo completamente da parte la più elementare delle ragioni, non aspetta che i vagoni della metro si svuotino prima di invaderli, naturalmente a suon di gomitate. No, non siamo un popolo. Siamo un branco. E ancora ci stupiamo di essere rappresentati da un manipolo di capibranco, a loro volta capeggiati da un Imperatore del Capibranco. In questo simpatico quadro, e con questi allegri auspici, per una sera decido anch'io di lasciarmi guidare dall'istinto di conservazione, e riporto la famiglia, mestamente, nella pace della mia grotta.
postato da pendodeliri | 12:11 | commenti (5)


sabato, dicembre 27, 2008
 
Let's go Conversational

cauc1E' la terza o quarta metamorfosi di questo blog, quindi confesso di avere anch'io qualche giramento di testa. In ogni caso, la decisione è presa: da oggi Pendodeliri diventa esclusivamente un blog personale. Tutta la parte "professionale", dedicata al 2.0, ai nuovi media e al loro impatto sulla comunicazione aziendale si trasferisce su un nuovo blog, che si chiama Conversational - Idee per la nuova comunicazione.

In sintesi: chi vuole continuare a cazzeggiare rimanga qui. Del resto, essendo io stesso incapace di rimanere serio per più di 12 secondi (anche mia figlia mi batte nella classica battaglia "ti guardo negli occhi") non potrà che trovare pane per i suoi denti. Chi vorrà invece darsi un tono e avere la sensazione, pur del tutto effimera, di trovarsi tra esperti, guru e quant'altro vada pure laggiù.

Solo un suggerimento: il grosso degli aperitivi è dall'altra parte, basta dare un'occhiata al blogroll :-)
postato da pendodeliri | 23:41 | commenti


mercoledì, dicembre 17, 2008
 
Bupi vs. Mennea

Tutto nasce dalla provocazione di Jean Laroche-Poncet, il vulcanico giornalista di "L'Equipe" secondo cui una bambina di 5 anni e mezzo, date le migliorate condizioni igienico sanitarie della sua generazione (simboleggiate dai due quintali di crema "dermana" assunti durante l'infanzia), e dalla più ricca e varia alimentazione, può battere sui 200 metri un grande campione del passato.

page13_2Ed ecco che, esaurita l'esperienza politica lui, la freccia del sud, torna a calcare le piste per sfidare la "figlia della galleria del vento": Maria "Bupi" Pavolini (ITA). Per Pietro Mennea (ITA), un volto scolpito nel legno, un corpo prostrato dai massacranti allenamenti con il prof. Vittori, sulla pista in tartan di Formia, è l'ultima tappa di una carriera che lo consacrerà per sempre come un semidio dell'Ellade.

La giovane velocista, la cui inconfondibile sagoma aerodinamica e tondeggiante è il frutto delle cure vitaminiche degli Olgiata Labs, prepara con cura i blocchi di partenza. Lo starter, giacchetta rossa, berretto da fantino, sta per alzare la pistola...partiti!

La curva di Mennea è perfetta, nei primi venti metri annulla sapientemente il dècalage, davanti a lui si librano in volo cento colombe, forse si materializza il fantasma di Berruti, lo spettro di Alan Wells, raggiunto solo negli ultimi metri nella finale di Mosca '80. Maria tiene un ritmo forsennato: i due incrociano le orme bagnate dei siepisti usciti dalla riviera solo pochi minuti prima, ed ora è Mennea che guadagna circa un metro di vantaggio. Gli spalti sono percorsi da un fremito. La dea Olimpia osserva pensierosa da dietro il tabellone luminoso ElektroImpex-Budapest.

2272054929_c6c511b122_m Ancora pochi metri al traguardo. In due decenni di carriera agonistica lui, Mennea, simbolo di riscatto del sud, ha perfezionato una smorfia che può dargli un vantaggio decisivo sul filo di lana. Ha studiato Amrin Hary, Kirk Baptiste, persino l'ostacolista transalpino Guy Drut, inopinato trionfatore a Montreal. Ma per lei, Bupi Pavolini, il tondo nuovo che avanza, "failure is not an option". Corre come sospinta dalla rotazione terrestre, e "nella sua falcata c'è la foresta vergine", come dirà più tardi un giornalista americano. Dalla tribuna d'onore Hitler le volge le spalle: è appena tornata da un pomeriggio a Fregene, ciò che le conferisce una lieve rosolatura abissina.

Nel gabbiotto dei telecronisti, a Paolo Rosi l'urlo rimane strozzato in gola...Mennea, Mennea, Mennea ma è Bupi a strappare la vittoria in rimonta, mentre mille cronometri, manuali, elettrici, elettronici, e comunque di mille epoche diverse, fermano per sempre, in un tripudio di flash e di scatti del fotofinish, l'immagine del trionfo.

Per il vecchio barlettano si spegne il sogno di essere accolto tra le braccia di dei e semi dei, anche solo per un panino ambrosia e porchetta, per vedersi alfin cingere la testa incanutita dell'eterno alloro dei vincitori. E mentre le trombe dell'inno olimpico risuonano nello stadio, il fantasma di Nebiolo consegna alla giovane campionessa, che già sfoggia un sorriso beffardo visto in mondovisione da una platea potenziale di 3 miliardi di persone, la medaglia d'oro. "Dedico questa vittoria a Olga Korbut", dice con apparente noncuranza, sul gradino più alto di un podio su cui sono impresse le parole "Citius, Altius, Tondius".

nota: non ci crederete, ma senza tutta questa manfrina (con l'annessa retorica olimpica del caso) è impossibile convincere mia figlia a fare le scale per andare a dormire dopo cena. Io faccio Mennea, lei fa sè stessa. La prospettiva di perdere al 18mo scalino è per lei insopportabile, quindi è costretta a seguirmi al piano di sopra. E io la faccio sempre vincere. Che se deve fare pe' campà...

postato da pendodeliri | 13:07 | commenti (2)


lunedì, dicembre 15, 2008
 
Ho visto una partita su Justin.tv

justE' inutile fare troppi giri di parole. Sui circuiti peer-to-peer, con gli annessi e connessi fantomatici canali cinesi, una partita di calcio non si vede: al massimo, si può sbirciare.

E in un'epoca in cui la domenica pomeriggio è consacrata ad attività semi-coatte, come le temutissime feste di compleanno in cui i bambini sono adorabili, ma i genitori sono quasi sempre insopportabili, la visione della partita di campionato recupera una dimensione carbonara, un po' come quando Fantozzi si portava la radio al cineclub, anch'esso coatto, prescritto e con foglio di presenza aziendale.

E quindi la partita rimane qualcosa di arcano e immaginifico, com'era una volta il Giro d'Italia, raccontato per sentito dire da chi si è imbattuto più o meno casualmente nel puntuale urlaccio del telecronista della radio locale. E poi, se per caso si torna a casa un po' prima del previsto, ci sono "gli ultimi 20 minuti", che sembrano fatti apposta per essere sofferti fino all'ultimo, ovviamente non sulla pay-per-view ma su Justin.tv.

Per chi non lo sapesse, Justin.tv è l'ennesima piattaforma per il "social video streaming", che permette a chiunque non solo di trasmettere il proprio "ego francobollato" con l'immancabile chat di fianco, ma addirittura di reinviare al potenzialmente infinito pubblico del web qualsiasi sorgente video, anche la più protetta e vietata, come sono i match della serie A.

Ed è proprio quello che fanno decine di misteriosi utenti senza volto, che quasi sempre coincidono con il più smanettone tra gli iscritti di un club di tifosi. E così, a noi più o meno innocenti "fruitori" di questa specie di buco della serratura sull'Italia pallonara, si apre la possibilità di vedere, o meglio, intuire qualcosa di quello che succede in campo, ovviamente - dati i limiti della tecnologia - tra mille sorprese e imprevisti.

Intanto, se i vicini di casa, come spesso accade, dopo il barbecue con gli amici si sono piazzati davanti al loro plasma 52 pollici con turbo dolby surround per vedere la diretta di SKY, si pone il problema della latenza: così che se la Roma, come nel mio caso, ha segnato, il loro potente urlaccio collettivo si sente circa 40 secondi prima, con il risultato di produrre uno strano melange emozionale tra l'ovvia felicità per la rete messa a segno e la non meno scontata l'invettiva per aver visto il gol in ritardo, come fosse stato surgelato.
 
A questo inconveniente si può porre rimedio con dei buffi paraorecchi invernali, oppure tenendo le cuffie del PC a palla, ma in questo caso ci si deve sorbire - ovviamente a tutto volume - il commento in lungua thai o cinese, esperienza che non raccomanderei al mio peggior nemico.

Ma questo è il meno: se la partita - come domenica scorsa - è tiratis
sima, poco prima del gol segnato o mancato di un soffio l'immagine si blocca su un solo fotogramma, come è accaduto ieri, al novantesimo, sul 2 a 2, dopo che la palla ha cominciato a danzare nell'area cagliaritana, come fosse un gol al novantesimo in cerca d'autore. Sulla sinistra del fotogramma bloccato si vedeva uno stinco, anch'esso surgelato. Per tutti quegli interminabili secondi di blocco, insomma, ho avuto il tempo  di cercare di capire  se lo stinco fosse quello del sopraggiungente Vucinic, fino ad allora autore di una prova incolore, e probabilmente in cerca di un catartico riscatto.

Dopo circa un minuto di "still frame", in un tripudio di radiografie dello stinco e di balistica applicata, l'esito dell'azione mi viene rivelata non dalle immagini - che non  ne vogliono sapere di ripartire - ma dal rianimarsi della chat, che per tutta la partita aveva vomitato solo scambi di insulti in dialetto nurago-romanesco. Con le immagini ancora ferme, nella finestrella testuale iniziano ad apparire lunghe file di "GOOOOOOOOOOOOOLLLLLLLLLLL" e "MA VAFFFFFFFFFFFFF". Poi riappare l'audio, e si capisce che Vucinic (che è già in mutande sotto la curva) ha effettivamente segnato. Mi tolgo il paraorecchi e posso constatare che anche i vicini si sono uniti all'orgia collettiva. La cosa più inquietante è l'audio del pirata benefattore che comincia a urlare anche lui nel microfono di "Justin". Non è un'esultanza, direi più una crisi epilettica, un conato di vomito che fa temere per la salute, specialmente gli amici che in chat - evidentemente - lo conoscono bene. Mi immagino un lago di crema di piselli Campbell's ai suoi piedi, proprio come ne "L'esorcista".

Poi torna a funzionare lo streaming, e c'è il tempo per vedere il replay di questo bizzarro gol in zona cesarini. Fuga di Menez sull'out sinsitro, palla in mezzo per Montella che tira sulle gambe di un difensore, palla che arriva a Vucinic che di piatto destro - non il suo piede - spedisce alle spalle del purbravoeincolpevolemarchetti, che nulla può.

Non abbiamo assistito a un evento sportivo, abbiamo solo giocato con le nostre puerili emozioni di tifosi. Ma per questo "Justin" può bastare e avanzare.
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giovedì, dicembre 11, 2008
 
L'Italia di Weimar  

copj13.aspDa un po' di tempo mi sono convinto che i problemi di questo paese, in prima battuta, non si vedono in tutta la loro gravità attraverso i pur preoccupanti indicatori economici, quelli per cui la nave appare inequivocabilmente diretta verso un enorme iceberg ma a bordo si beve champagne e si balla il cha-cha-cha...

No, il vero ventre molle dei problemi dell'Italia si riesce a toccare solo cogliendo i segnali deboli, i mille fatti della quotidianità che tutti insieme ci dicono che molto presto il belpaese sarà un lontano ricordo, sostituito - a seconda delle previsioni - dal sultanato di gomorra, o da una specie di disneyland per mafiosi orientali, o da una immensa "valle dell'acheronte" per tutti i disperati del bacino del mediterraneo, e via cassandrando.

Per accorgersi di questi segnali deboli è sufficiente fare una vita normale, e non vivere - come molti si ostinano a fare, dando il loro prezioso contributo al disastro, sotto la proverbiale campana di vetro. Per esempio, prendere i mezzi pubblici: oggi, dopo una banalissima notte di pioggia, ho deciso di recarmi in ufficio utilizzando la rete di trasporto su ferro la quale - presumibilmente - mi avrebbe recapitato a destinazione magari in ritardo, ma comunque in tempi competitivi rispetto alla scontata odissea del raccordo anulare e della pontina.

Il segnale debole della crisi è che mi sono considerato fortunato ad arrivare in ufficio dopo 5 ore e 12 minuti. E che non mi sono indignato per il fatto di aver trascorso 2 ore nella FR3, inaugurata appena 8 anni fa e definita una delle ferrovie locali più avanzate del mondo, rinchiuso in vagoni senza la minima aerazione, col treno che si fermava per 15-20 minuti tra una stazione e l'altra e nessuna possibilità di fuga. Il tutto in mezzo alle prevedibili scene di panico da claustrofobia, con conseguenti malori dei passeggeri, alcuni dei quali sono saggiamente scesi in corrispondenza delle fermate degli Ospedali (S. Filippo Neri e Gemelli).

Nel frattempo, là fuori, gli automobilisti si considerano fortunati se - pur fermi da ore - non sono stati inghiottiti da qualche voragine o se non sono finiti morti annegati come la signora di Monterotondo.

Mi chiedo: se le ferrovie e l'ANAS non hanno i fondi per garantire la funzionalità delle infrastrutture, se i treni non partono, se gli aerei non ci sono, se il paese semplicemente non è in condizione di lavorare che ci stupiamo a fare del crollo della produzione industriale?

Adesso mi direte che i due dati non sono direttamente correlati, che il crollo del PIL è legato al crollo dei consumi, con le solite babeli di concatenazioni macroeconomiche che da sempre mi fanno dubitare della necessità di mandare i nostri figli a prendere (o meglio, "comprare") l'MBA di turno...

No, il punto è molto più semplice. Un paese senza infrastrutture non può funzionare. Intanto non è competitivo, ma alla lunga esplode anche dal punto di vista strettamente sociale.

Al contempo, l'altro elemento che mi fa riflettere in questi giorni è che, proprio come nella Germania di Weimar che covava il germe del nazismo, alla depressione economica italiana  fa da contraltare una sconcertante moltiplicazione delle attività e delle iniziative di carattere pseudo culturale o pseudo creativo.

Proprio come descritto nel celebre libro di Laqueur, o nel monumentale Heimat di Edgar Reitz, non è la consapevolezza dell'avvicinarsi del baratro a renderci più ispirati artisticamente. L'arte o la cultura, o quella che chiamiamo così, è per noi uno strumento per fuggire dalla realtà. E ovviamente è proprio per questo che i protagonisti di questa creatività sgangherata, a cui - duole ammetterlo - una parte dell'universo dei blogger e degli User Generated Content partecipa gioiosamente, non sono affatto frutto di una selezione naturale basata sul talento, ma conseguenza di una selezione molto più prosaica: quella economica. Solo le persone che per stile di vita, classe di reddito e accesso agli strumenti possono permettersi di partecipare al grande circo dell'"iniziativa culturale" ("ho creato un evento", "ho tenuto una mostra fotografica", "ho scritto un libro", "ho aperto una scuola di yoga" ecc. ecc.) ottengono proprio grazie alla rete una certa visibilità. Una visibilità effimera, perchè non genera alcuna fonte di reddito e non consegna alcun valore al paese reale (costituito da coloro i quali non possono nemmeno permettersi di fruire di queste attività, figuriamoci organizzarle) .

Fatalmente, come ho avuto modo di argomentare nel corso di un dibattito pubblico, questo significa che la creatività rimane appannaggio delle generazioni over 30, proprio per il fatto che semplicemente i trentenni e i quarantenni se la passano meglio dei ragazzi di oggi, che dal canto loro avrebbero molte più idee ma che ovviamente, facendo nella migliore delle ipotesi due lavori precari per pagarsi gli studi, se riescono a ritagliarsi 10 minuti di tempo libero preferiscono copulare in macchina, come i protagonisti del bellissimo "Tutta la vita davanti" piuttosto che tenere conferenze gratuite sullo shiatsu.

Se questa è davvero, come pare, l'Italia di Weimar, c'è solo da sperare che non partorisca un mostro simile a quello che assunse il potere nella Germania del 1933. E che per prima cosa, guarda caso, abbindolò il paese costruendo le autostrade e le ferrovie. Per poi trascinare tutti nell'abisso in fondo al quale riscoprimmo a cosa serve, ogni tanto, guardare al di là del giardino di casa.
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mercoledì, dicembre 10, 2008
 
Wishful thinking?

Tra le millemila cose che mi sono capitate al RomeCamp 2008,  e che sto cercando di riordinare in questi giorni (non ho ancora finito :-)), sono anche stato invitato da Elisabetta Locatelli a partecipare a uno dei mini talk show improvvisati dagli amici del Cannocchiale, per parlare di investimenti in creatività e innovazione insieme a Federico Bo e Alberto Cottica (ottima compagnia, quindi).  Ne è venuta fuori la discussione che documento qui sotto.


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venerdì, dicembre 05, 2008
 
Due pesi, due misure

Qualche settimana fa, il governo taglia i fondi alla scuola pubblica. Gli studenti e i professori si mobilitano, protestando in tutti i modi consentiti dalla legge per settimane. Risposta del governo: la Gelmini apre un canale su You Tube per spiegare perchè non cambia idea.

Oggi il governo nella finanziaria taglia i fondi alle scuole cattoliche. Per tutta risposta, un monsignore dice che la CEI mobiliterà le "sue" scuole in tutto il paese. A questo punto mi aspetto di vedere le madri superiore occupare le mense e mettere a ferro e fuoco le aule per settimane, le ragazze in grembiule e calze bianche che gridano "lotta dura, senza paura", insomma mi preparo allo spettacolo. E già gongolo all'idea di vedere Tremonti aprire su YouTube un canale per spiegare ai preti le profonde motivazioni macroeconomiche della sua decisione. Ma invece, dopo due ore dalla dichiarazione del monsignore, il governo riappare con la coda tra le gambe, per dire: ci siamo sbagliati, i tagli non si fanno più.

Non fa una piega.
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mercoledì, novembre 26, 2008
 
La coda lunga delle opinioni in rete

Ecco la presentazione che ho tenuto al RomeCamp, lo scorso 23 Novembre. E' un pò controversa, quindi mi piacerebbe raccogliere le vostre reazioni. Grazie.


E per chi proprio non può rinunciare allo streaming video...

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martedì, novembre 25, 2008
 
Il miglior BarCamp finora in italia?



Devo dire la verità, quando venerdì ho ascoltato il primo talk (ma forse è il caso di chiamarlo "intervento") in sala 12, in cui Fulvio Rossi ha sostanzialmente detto, con una serie di slide scritte in corpo 8, che Terna sta per dotare l'Italia della rete elettrica più avanzata d'Europa, grazie alla sua capacità di sconfiggere il "fronte del no" attraverso una campagna di Corporate Social Responsibility, ho pensato che il RomeCamp fosse incappato in una falsa partenza.

Per fortuna c'erano parecchi buoni motivi per rimanere in zona. In particolare, l'impegno con Marco di presentare l'esperienza di Mutazioni Digitali, nonchè i punti moglie faticosamente accumulati durante la settimana, e che come tanti "husband 2.0" sanno, non è il caso di dilapidare così alla leggera.

Così sono rimasto, e caspita se ho fatto bene. Già dalla prima giornata ho potuto ascoltare interventi di notevole livello, come quello mattutino di Davide Bennato sui mercati predittivi. Poi, nel pomeriggio, ho raccolto  - scosso e ammirato al contempo - il grido d'allarme di Ikaro sulla censura dei contenuti online, cui ha fatto seguito una dotta discussione nel corridoio cui hanno partecipato illustri avvocati e semplici avventori casuali.

Ecco, il corridoio. D'accordo la sessione sul Porno 2.0, d'accordo la sensazione di essere tutti delle talkshow star, come del resto aveva previsto Andy Warhol ("un giorno chiunque avrà i propri 10 minuti di celebrità") ma è proprio l'off-the-record sotterraneo, l'incontro casuale ma non troppo che si svolge fuori dalle sale  - e lontano dalle telecamere -  magari nella splendida caffetteria dell'università (un nuovo luogo di culto per i twitteritivi? pensiamoci, i prezzi sono popolari) che vengono fuori i momenti socialmente più intensi di un evento come questo. Ed è proprio al "corridoio" che mi sono sotterraneamente dedicato, a patto che "sotterraneamente" sia una parola della lingua di Dante. Il frutto di questo lavoro prenderà la forma di un "diario sonoro", in perfetto stile ArteRadio, alla cui postproduzione - verosimilmente - riuscirò a lavorare solo tra Natale e Capodanno.

Tra l'altro, con i tanti talk di valore che si sono sovrapposti nell'esperienza di flusso, c'era sempre e comunque la sensazione di perdere qualcosa. Per fortuna ci ha pensato la gang del Cannocchiale TV a permettere a tutti di vedere tutto, in diretta e on demand, con un lavoro che ha del mostruoso e che dovrebbe far riflettere chi pensa che una copertura multimediale di livello professionale è un costo insostenibile per definizione. Un grande elogio va anche a Nicola Mattina e Vincenzo Cosenza che hanno giocato un bel pò della loro reputazione (si chiama "rischio imprenditoriale", un vecchio arnese che alle volte è opportuno ripescare) su un evento che poteva andare molto diversamente: in molti, specie a Milano, avevano pronti i fucili puntati. Se poi proprio volete sapere quale persona mi ha impressionato di più, beh - è stata Antonella. Che pure nei momenti di massimo casino sorrideva: sempre, e a tutti! E non solo, aveva sempre la forza di conversare, e sempre con cortesia e competenza. Quasi un simbolo del volontariato barcampista, per quanto lei non fosse propriamente una volontaria... :-)

Bello - ma lo dico per sentito dire, non potendovi prendere parte per impegni precedenti - anche il "dopo", con la cene e la festa itinerante sul bus a due piani, mirabilmente documentata dalle foto e dai live video di Michele Ficara Manganelli. Concludendo, forse è stato il miglior BarCamp realizzato in Italia, finora.

Tra poco, in un post successivo, pubblicherò anche le slide del mio intervento del sabato, dedicato alla "Coda lunga delle opinioni in rete". A dopo.
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mercoledì, novembre 19, 2008
 
Facebook e il senno di prima

facebook-customized-imgVisto che lo fanno parecchi blogger più illustri di me (uno per tutti) lo faccio anch'io: anch'io scrivo che "l'avevo detto più di un anno fa" che Facebook sarebbe diventato il social network più importante.

Scherzi a parte, in questi giorni l'onnivora creatura di Zuckerberg si sta segnalando soprattutto per quelle che -  con un termine profondamente tecnico - definiamo correttamente "le carrambate". Rispuntano dal passato compagni di scuola, amici d'infanzia e di adolescenza, ex-fidanzate/i, vittime e carnefici di monumentali due di picche, conoscenti e sub-conoscenti con tutto l'ovvio corredo di rivelazioni più o meno insospettabili. Insomma, un gigantesco amarcord collettivo. Poi magari, tutti insieme, torneremo a vivere l'eterno, insostituibile presente.
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lunedì, novembre 17, 2008
 
Mutazioni Digitali Strikes Back



E così anche la seconda puntata di Mutazioni Digitali, andata in scena sabato scorso alla FNAC di Roma e dedicata alla coda lunga è andata in porto. La registrazione è visualizzabile qui sopra.

Ci avevano fatto i complimenti per la prima uscita, ma io e Marco Traferri, autori e conduttori del talk show più disintermediato della rete, abbiamo ascoltato soprattutto i suggerimenti per migliorarla. E con l'aiuto di Fabrizio, che ha un occhio molto più televisivo del nostro, abbiamo modificato la formula in modo da renderla meno ingessata, più spontanea e partecipativa. Chissà se ci siamo riusciti :-)

In ogni caso, in questo secondo appuntamento, il fatto di aver discusso della ormai celebre teoria di Chris Anderson sulla disintermediazione dei mercati con due editori importanti come Garamond e Minimum Fax, abilmente incalzati da Alessio Jacona e Luca Alagna in rappesentanza dei new media, ha costituito un bell'inedito nel panorama dei seminari mediatici, troppo spesso prigionieri della conventicola che li tiene a battesimo. Inoltre, la presenza di Andrea Genovese della rivista 7thfloor, editore coi piedi in due staffe, ha permesso di trovare un equilibrio pressochè perfetto per affrontare l'argomento. Un sincero ringraziamento va anche a Michele Ficara Manganelli che è intervenuto nel dibattito con un illuminante video preregistrato e a Luca Sartoni di Intruders TV che ci ha fornito la registrazione di una intervista realizzata dallo stesso Jacona con Anderson in persona.

Beninteso, ci sono ancora molte cose da migliorare. Alla fine la regia del Cannocchiale TV ci ha giustamente rimproverato di non aver quasi mai interrotto gli ospiti, i cui interventi sono risultati forse un pò troppo lunghi. Il fatto, però, è che forse avevano semplicemente molte cose interessanti da dire.

Per tutta la puntata, tra l'altro, io e Marco abbiamo sostanzialmente ignorato le telecamere, forse per timidezza. Del resto non siamo certo "animali televisivi". Ma questo a ben vedere ha forse dato un tocco di realismo al dibattito, e eliminato quel senso di complicità con la produzione televisiva che - da spettatore - ho sempre cordialmente detestato in una conduzione. Ma è solo un punto di vista.

L'idea geniale di Fabrizio di rovesciare la sala, ha donato alla "confezione" del programma uno sfondo ben adeguato al contesto informale che volevamo proporre, con i clienti FNAC che si attardavano a sfogliare un libro o a prendere l'aperitivo alla caffetteria. I relatori in primo piano sembravano avventori di un caffè letterario (oops!) in cui d'accordo, si parla, ma soprattutto si fanno anche altre cose non meno interessanti.

La chiave positiva di questo secondo incontro è stata proprio il senso di "non necessarietà" che lo ha caratterizzato. Venendo incontro a una precisa richiesta in materia, per renderlo ancora più fruibile stiamo trasformando i due file prodotti finora in qualcosa di scaricabile e visualizzabile offline.

E adesso che succede? Dovremmo riprendere con altri appuntamenti nel 2009, ma ancora non sappiamo precisamente con quali modalità. Vi informeremo tempestivamente in proposito. Per questa volta ci limitiamo a ringraziarvi per averci seguito. Se ci sono altri suggerimenti, ovviamente, sono i benvenuti. Potete farlo nei commenti di questo post oppure di persona, venerdì 21 (nel pomeriggio), al RomeCamp in cui intereverrò con Marco proprio per parlare di questo progetto.

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venerdì, novembre 14, 2008
 

La coda lunga delle opinioni in rete

Quella che segue è la sintesi dell'intervento che proporrò, se farò in tempo ad attaccare il fatidico post-it, al RomeCamp del prossimo 21/22 Novembre, così come l'ho trasmessa ai valenti tenutari del blog www.romecamp.it.

Per anni abbiamo disquisito sui mille fattori distorsivi che ostacolano, sui mainstream media, l’esercizio dell’onestà intellettuale. Di conseguenza, ci siamo baloccati con l’idea che la rete avrebbe imposto per la sua natura una maggiore libertà dai modelli di business, e quindi - fisiologicamente - condizioni migliori per esprimerci in linea con le nostre intime convinzioni.

Ma naturalmente non è così. Questa breve presentazione è solo lo spunto per censire, insieme al popolo dei BarCampers, i mille vincoli, più insidiosi proprio perchè ancora non bene individuati, che impediscono a blogger, citizen journalist e frequentatori di social network di essere intellettualmente onesti. Nella speranza di trovare insieme qualche idea se non proprio per fare “clean sweep”, almeno per dare una rassettata alla “casa del web” prima che sia troppo tardi.

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martedì, novembre 11, 2008
 
RomeCamp 2008, il Big Bang delle idee

romecamp_logoDopo lunghe discussioni, formali ed informali, sincrone ed asincrone, davanti a ricche carbonare o un umile crodino al bar del'università, quello che si annuncia come "l'evento dell'anno", almeno in area romana webbarola, sta finalmente prendendo forma.
Il RomeCamp 2008, che si svolgerà il 21 e il 22 Novembre alla Facoltà di Economia e Commercio della Terza Università, in Via d'Amico, 77 a Roma, è la somma di tutto quello che è possibile aspettarsi da un evento irrituale, partecipato, creativo, visionario, multimediale e chi più ne ha più ne metta.

Io ho "fatto finta" di essere uno dei volontari, perchè in realtà ho contribuito ben poco all'organizzazione, (a parte qualche
idea provocatoria che fa sempre bene per smuovere le acque). Del resto da tempo ho capito che la cosa bella, in questa combriccola di persone che condividono un bel pò di curiosità tecnologiche e comunicative, non è fare le cose ma farle succedere, il che è ben diverso.

Proprio domenica scorsa, incontrando lo staff di Radio Popolare Roma, ho potuto constatare che, dopo la spintarella iniziale 2.0 impressa da me e Roberta, la redazione di questa eroica emittente, portatrice di idee e approcci inediti nell'informazione romana, è ormai del tutto autonoma nella gestione di blog, twitter, facebook ecc. ecc. E anche queste son soddisfazioni...

Lo stesso vale per il percorso dei BarCamp, che stava imboccando una serie di pericolose derive, e che grazie al rigore di
Nicola e Vincenzo torna sui binari più adatti a farne una vera e propria fabbrica delle idee, senza perdere nulla - ma anzi guadagnando in termini di innovazione anche nella formula e nel metodo. Molto interessante l'"ibridazione" promessa dagli amici del "Cannocchiale.tv", che oltre a trasmettere in diretta streaming le 4 sale dell'evento, esperimento mai provato prima, effettueranno incursioni sui maxischermi installati sul posto con i contributi dei partecipanti.

Sono stato a lungo incerto se intervenire o meno. Alla fine ho deciso di tenere un talk nel tardo pomeriggio della prima giornata (velocità di affissione del post-it permettendo) insieme a
Marco Traferri per spiegare in che modo ci è stato possibile organizzare un evento "da zero"  - e parlo, ovviamente, di Mutazioni Digitali -  senza alcun intermediario, provando anche ad abbozzare dei modelli di business in logica "leggera, disintermediata e sostenibile".

E' però indubbio che per quanto mi riguarda il valore dell'evento rimane la sua capacità di convogliare idee a profusione, provenienti - manco a dirlo  - da quella generazione silenziosa di giovani che, nonostante lo studio e i due, tre lavori che schiacciano le loro vite, trovano il tempo, l'energia e l'entusiasmo di provare a costruire qualcosa in quello che una volta si chiamava "il tempo libero".

Non resta che rinnovare l'invito ad iscrivervi
sul wiki, e darvi appuntamento colà (è bello finire un post con "colà").
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venerdì, novembre 07, 2008
 
Microsoft (finalmente) con la testa fra le nuvole

elopE' stato ricco di spunti l'incontro con i blogger di Stephen Elop, Presidente della Divisione Business Solution di Microsoft, organizzato da Digital PR martedì scorso qui a Roma.

Si è parlato di Cloud Computing, di Software+Service, di Windows Azure e di tante altre cosucce che i big bosses di Redmond cominciano a prendere davvero sul serio, segno di un risveglio che dall'esterno potrà anche sembrare lento, ma se consideriamo le dimensioni dell'azienda in questione e le sue posizioni acquisite si è rivelato ben più veloce di quanto ci si potesse ragionevolmente attendere. L'approccio al Cloud Computing è ancora prudente, e comunque tendente a salvaguardare le applicazioni di Office installate in locale, ma a Elop non è stato difficile legittimare questa scelta sottolineando che vi sono mercati verticali - come l'automotive - dove il principio "one fits all" comincia a dare evidenti segni di obsolescenza.

Per il resto, sulla capacità di MicroSoft di coinvolgere i blogger in una organica strategia di PR mi sono già speso in passato. In questa occasione quello che mi ha impressionato è stata la qualità delle persone che l'azienda ha mandato in prima linea in un ambiente (quello dei blogger italiani) che ancora - in larga parte - costituisce un terreno vergine e quindi potenzialmente irto di insidie. Elop ha indubbiamente una personalità che colpisce: è il prototipo del top manager anglosassone di terza generazione, che nel mondo dell'ICT coincide ormai con "il bravo ingegnere che ha imparato a vendere e a comunicare". Ma ancor più mi ha impressionato il valore dei middle managers come PierPaolo Boccadamo (Director of Platform Strategy inside Microsoft Business & Marketing Organization, recita il suo bigliettino), col quale ci siamo piacevolmente intrattenuti nell'inevitabile "off the record" che segue questi incontri ufficiali e che nell'affrontare temi controversi ha mostrato grande asciuttezza e lucidità di vedute.

Nella fiduciosa attesa che altri grandi aziende del settore seguano l'esempio di MicroSoft e investano i loro budget di PR in cose più intelligenti dello spamming di comunicati stampa mal tradotti, incassiamo la disponibilità di Elop e dei suoi sodali a conversare ad armi pari. Se davvero il prossimo passo sarà proseguire il dialogo in una sede irrituale, come ad esempio un BarCamp, quello sarebbe un altro bel segnale di imprenditorialità della comunicazione, intesa come la somma delle componenti di rischio e di iniziativa nella messa in discussione dei messaggi chiave. Ma forse sto correndo troppo...

(foto di Luca Sartoni)

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mercoledì, novembre 05, 2008
 
Contro tutte le paure

hopeLa vittoria di Barack Obama, nelle dimensioni travolgenti in cui si è manifestata, è storica per mille motivi. Vado in ordine sparso: un presidente nero; la possibilità per gli USA di riappropriarsi in modo credibile del ruolo di guida riguardo ai valori di democrazia, libertà e opportunità che avevano dilapidato negli ultimi anni; la prospettiva di riallacciare un dialogo con quella parte del mondo che non può e non deve essere vista solo come una minaccia al nostro stile di vita, alla nostra cultura, alle nostre credenze religiose. Si potrebbe andare avanti a lungo, ma vorrei porre l'accento su un aspetto in particolare.

Ci sono due parole che negli ultimi 30 anni, e precisamente da quando il mondo dei media ha assunto in prima persona il compito di veicolare i contenuti del dibattito democratico, si alternano nel costituire i "driver" di ogni grande movimento d'opinione. Queste due parole sono "speranza" e "paura".

Ecco, negli ultimi 15 anni la paura è stato il grande motore delle principali ondate di consenso politico. Questo fatto, che era ben chiaro da molto tempo agli "spin doctors" di ogni parte politica, è apparso lampante anche a molti "men on the street" dopo l'11 settembre, una data che ancora oggi costituisce l'ombra di ogni nostro retropensiero, quasi una chiave interpretativa unica di quello che succede nel mondo. "Andiamo verso un grande scontro con una grande massa di poveri e affamati che non vede l'ora di assaltare il nostro benessere e obliterare il nostro stile di vita": era questo, e lo è tutt'ora il paradigma che giustifica e legittima qualsiasi decisione politica ed economica, fino a incidere in ogni singolo aspetto della nostra vita quotidiana, influenzando tutti i giorni i nostri comportamenti, anche i più banali. 15 anni fa, per dirne una, se qualcuno chiedeva l'elemosina sui mezzi pubblici, magari una persona su 20 poteva anche estrarre la fatidica monetina. Ora siamo a una persona su 50.

A queste mille paure quotidiane si associavano le tante paure legate ai grandi trend che sono sotto gli occhi di tutti. E ciascuno di noi finiva per vederle più chiaramente nel proprio settore di attività. Coi miei tipici interlocutori, fatalmente, molti di questi timori riguardavano il processo di concentrazione dei mezzi di comunicazione, come principale ostacolo a un vero dispiegamento degli strumenti democratici. Nelle conversazioni con amici e conoscenti, in questi anni è tornato e ritornato il vecchio refrain secondo cui la democrazia è un'illusione fatta di riti effimeri, e che i media hanno il compito funzionale di svuotarla di contenuti. Proprio qualche giorno fa, a dare forma a questi fantasmi ci ha pensato l'ottimo Gigi Cogo, che ha condiviso su Friendfeed un vecchio video in cui l'immenso Pasolini anticipa largamente i nostri discorsi apocalittici. Cassandre "verticali" che poi si inseriscono nella più ampia paura di un mondo tendenzialmente malvagio che, a mezzo del vile danaro ("money is a crime") tende ad arricchire legioni di squali in grisaglia a scapito di una generica massa di inermi cittadini, colpevoli proprio del fatto di credere ancora in un sistema di regole a tutela dei diritti degli individui e degli interessi della collettività.

Premesso che Pasolini è ancora oggi l'unico intellettuale (o meglio, non-intellettuale) in grado di sconvolgermi non tanto coi suoi contenuti, ma con il candore e il rigore con cui li espone, forse la landslide victory di Obama dovrebbe far riflettere le schiere degli apocalittici a tutti i costi. Quelli il cui "finchè non lo vedo, non ci credo" diventerà un lontano ricordo quando ci saranno nuovi scetticismi da manifestare, perchè è con gli scetticismi ad oltranza, e in generale con la protesta, che è più facile costruirsi un'autorevolezza, piuttosto che addentrarsi nel campo minato degli entusiasmi e delle proposte, veri e propri assist a porta vuota per nuove cellule di scettici dormienti (quelli che una volta chiamavamo i "lurker").

Obama è la salvezza? Non lo so: non lo conosco. Per ora so solo che è un formidabile prodotto, con promesse che sono altrettante straordinarie "value propositions" in una politica ridotta a mero marketing delle idee. Il volto di Obama è un brand, proprio come lo era diventato quello di Giovanni Paolo II o di Che Guevara, con la piccola differenza che in quei casi il brand era nato dopo aver visto all'opera i rispettivi personaggi.

Ma questo non deve spaventarci: il brand di Obama era funzionale alla fase elettorale. E dobbiamo esserne felici, proprio perchè in questa politica dove non contano i programmi, ma le suggestioni, saranno molto più rapidi, anche sull'Europa, gli effetti del brand rispetto alle ricadute politiche vere e proprie, che hanno efficacia ormai "fuori tempo massimo" sulle scelte delle nostre frenetiche e ondivaghe cancellerie. Sarà - dall'oggi al domani - il volto di Obama e ciò che associamo alla sua immagine, e non i suoi programmi a far sembrare spaventosamente vecchi non solo Berlusconi, ma anche Brown, Merkel, Putin, Barroso e persino Zapatero.

Dopo, nella fase del "delivery", quando occorrerà rispondere alle aspettative degli elettori americani sarà invece bene che il brand di Obama lasci il passo alla persona, perchè Barack ha promesso il dialogo con tutti e - come ci insegnano i padri del Cluetrain - con un brand non si conversa. Ma nel frattempo, per una volta, proviamo a sognare con un leader mondiale spinto a tutta manetta dalle major di Hollywood e che - surprise surprise - si impegna pubblicamente per la net neutrality. Con un uomo che, pur potendo contare sui più sconvolgenti budget per la campagna elettorale tradizionale, non ha rinunciato a usare internet e i social media con tutte le loro logiche virali ed inclusive, promettendo di farne tesoro anche nella pratica di governo. Con un signore che oggi, semplicemente, ci ha ricordato che contro tutte le paure e tutte le cassandre si poteva sperare ancora nel funzionamento dei più antichi e polverosi meccanismi della più vecchia democrazia del mondo, in barba a tutte le stratificazioni e a tutti i poteri pregressi, in barba a tutte le caste e a tutte le posizioni acquisite. Una bella lezione per gli americani, ma anche e soprattutto per noi.
postato da pendodeliri | 22:45 | commenti


lunedì, novembre 03, 2008
 
Scimmie ammaestrate

[via Vittorio Bertola via Vittorio Pasteris]

Perché, nonostante l’ICT sia uno dei pochissimi settori che possono ancora reggere l’economia di un paese sviluppato, praticamente nessuna azienda italiana dell’ICT ha successo su scala globale, e quelle che reggono lo fanno in buona parte solo su scala nazionale e solo grazie a commesse ricevute per amicizia (quando non per stecche) da pubbliche amministrazioni o manager amici?

La mentalità dell’imprenditore italiano medio è ristretta: se gli date in mano un budget di 100 con cui fare una nuova impresa, lui allocherà 80 a se stesso, al proprio SUV e al telefonino fico, e poi coi 20 rimasti cercherà di assumere (anzi, di non assumere) collaboratori vari, stagisti, consulenti e personale vario, selezionato esclusivamente perché costi poco. Conosco personalmente più d’un piccolo-medio imprenditore che parla dei propri dipendenti con il nomignolo di “carne da macello” o “scimmie ammaestrate”, magari adottando esplicitamente la tattica di prendere una persona in stage promettendo una assunzione, tenerla sottopagata o gratis finché non si stufa, e poi prenderne un’altra.

Purtroppo, nell’ICT questo non funziona: il lavoro dei tecnici è un lavoro ad alta densità di conoscenza, che non può essere programmato come quello di un operaio. Specialmente se ciò che si crea è innovativo, non si può sapere in anticipo quando sarà finito, e nemmeno se lo si riuscirà a fare e come; in questa situazione, l’investire su una persona, il qualificarla, il tenersela - evitando così i costi, che quasi nessun imprenditore considera, di inserire nuove persone e di doverle formare da capo - è vitale per il successo dell’azienda, a tutti i livelli; le persone non sono intercambiabili.

Sperare di competere globalmente nell’ICT con aziende piene di stagisti e giovani-limone, da spremere fin che ce n’é, è pura utopia: è chiaro che l’Italia, con questo approccio imprenditoriale, non andrà mai da nessuna parte. Alla fine, però, nel malato sistema economico nostrano le cose comunque vanno avanti: tanto le commesse arrivano raramente per via della qualità dei prodotti e dei servizi dell’azienda, e arrivano più spesso per capacità commerciali o direttamente per amicizie. Tanto, dall’altra parte c’è spesso un’altra azienda piena di giovani limoni, che per carenza di competenza non è in grado di capire la qualità del prodotto informatico che sta comprando.


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martedì, ottobre 28, 2008
 
Il Social visto dal Mainstream

Ieri sera, come mi capita sempre più spesso di questi tempi, ho fatto un salto all'Università, e in particolare al Dipartimento di Scienze della Gestione d'Impresa della Facoltà di Economia e Commercio dell'Università "La Sapienza" di Roma (phew!), che ha organizzato una interessante tavola rotonda sul tema "Impresa e Comunicazione". Tornato a casa, ho provato a fermare le mie impressioni alla vecchia maniera, e cioè registrandole in un file MP3.
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domenica, ottobre 26, 2008
 
Podcastday261008b5 podcast italiani per pensare con la vostra testa

Oggi è il podcast day e per ovvi motivi mi è difficile sottrarmi al rito della breve recensione di 5 produzioni che hanno il duplice merito di essere italiane e indipendenti. In questo derelitto paese, fin dall'inizio i podcast hanno rappresentato una rara opportunità di fruire di contenuti audio e video che fossero il frutto della semplice passione, oltre che della capacità, dei loro autori. In barba a tutte le fosche previsioni degli immancabili "soloni di riflusso" (li ricordate? erano quelli che "il podcasting indipendente è morto, ormai è tutto in mano alle radio e alle TV!"), il movimento dei cani sciolti multimediali ha continuato ad espandersi e a regalarci perle sempre nuove. Come queste:

Quinta di copertina (nuova versione)
Ad Antonio Sofi andrebbe fatto un monumento per aver svolto, con la precedente versione quotidiana di questa sua creazione, un vero e proprio servizio pubblico di rassegna stampa sul web e sui nuovi media. Ma anche lui ha una vita, ed è quindi passato a una meno impegnativa registrazione  settimanale, allietata da un ospite che intervista sui temi a noi cari. Ebbene, la nuova versione è persino più utile della precedente. Specialmente ora che abbiamo smesso di leggere i giornali :-)

OpenCast

L'Open Source non è solo una scelta, ma una vera e propria filosofia di vita. La leggerezza (ma anche la competenza) con cui i ragazzi del GL di Como (/) conducono questo podcast nè è la dimostrazione più lampante, e dovrebbe essere di esempio per i troppi speaker "impostati" che si sentono in giro. Confesso che molte delle cose che ho imparato su Linux e i suoi fratelli le devo a loro. Avanti così.

Cubalibre
Dedicato alla musica "da sballo" indipendente, ma anche strapieno di cazzeggi senza freno alcuno, questo podcast ha un ritmo travolgente e ricaccia in un luogo molto buio quelli che ancora vanno a dire in giro che "sì, va bene i podcast, ma i veri professionisti dell'intrattenimento sono alla radio". Ma va, va...

DZradio
E' dai lontani tempi di Engadget Podcast che si sente la mancanza di un buon podcast in italiano sui gadget e sulle novità tecnologiche. Dzradio prova a colmare questo vuoto, con questa asciuttissima produzione dove fa bella mostra di sè, tra una recensione e l'altra, un bel pò di musica rigorosamente "nerd". Certo, Dzradio avrebbe bisogno di un pò di concorrenza...Geekissimo, dove sei?

I misteri di Massimo Polidoro

Ai superscettici del CICAP non deve fare un gran piacere che un concentrato di panzane come Voyager faccia ascolti milionari su RaiDue. "I Misteri di Massimo Polidoro" è la loro piccola vendetta. Con un budget risicatissimo questa produzione, che illustra con rigore il punto di vista della scienza su tutto ciò che è esoterico, arcano, misterioso, insomma una corbelleria, risulta essere un gioiello di perfezione tecnica ed editoriale, condotto con mirabile sapienza e una sacrosanta punta d'ironia dall'ottimo Polidoro.
Il principale pregio di questo podcast è quello di non ammettere il minimo  contraddittorio. Non è mai stato invitato qualcuno per ribattere ai vari esperti del CICAP  - che Polidoro ospita generosamente, quasi a rotazione -  che gli UFO, il mostro di lochness e il fantasma formaggino esistono davvero. E ci mancherebbe altro!
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giovedì, ottobre 23, 2008
 
Io non sono caucasico

caucSempre più spesso, quando mi capita di compilare il form di candidatura per un posto di lavoro in una azienda di matrice anglosassone, mi imbatto in una simpatica tabellina in cui dovrei barrare la mia razza di appartenenza.

La cosa affascinante è che questa pratica, almeno nelle intenzioni, dovrebbe servire a evitare le discriminazioni. Ora, pur lasciando al vostro indubitabile buon senso il compito di una serena valutazione nel merito, è difficile non considerare degradante dover fare una valutazione in chiave razziale della propria persona. Noi italiani, mi suggeriscono gli esperti, normalmente dovremmo barrare la casella "White/Caucasian". E già questo "normalmente" mi fa venire i brividi.

Ma soprattutto, cosa c'entro io con i caucasici? Non ho mai indossato colbacchi appuntiti, nè tifato per la Dinamo Tblisi (ve la ricordate?). Sarà, ma a me sembra che, a colpi di political correctness,  si stia progressivamente perdendo il senso del ridicolo.
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mercoledì, ottobre 22, 2008
 
L'Italia non ti merita

Il fatto che una persona come Stefigno possa essere oggetto di un trattamento lavorativo di questo tipo dimostra, se mai ve ne fosse ancora bisogno, che questo paese, metaforicamente, è composto da deiezioni.

Un paese governato, a tutti i livelli, da vecchi privi di alcun talento, se non quello di non mostrare alcuno scrupolo nello sfruttamento dei giovani. Giovani che - nella media - hanno il triplo delle capacità, e (si badi bene) al di sopra e al di là della loro naturale maggiore adattabilità alle nuove tecnologie. No, qui non si tratta di digital divide generazionale.

Andate alla posta, e guardate chi ti frega il posto in fila. E' SEMPRE una persona più anziana di te. Provate ad attraversare la strada, e guardate chi si ferma per aiutare il pedone. E' SEMPRE una persona più giovane.

Ma soprattutto, guardate nelle aziende. Guardate chi lavora davvero. Negli uffici a scrivania singola, spaparanzati, con poche lodevoli eccezioni, ci sono vagonate di cinquantenni che non fanno un cazzo. Non sono nemmeno su internet, perchè non lo sanno usare. Se va bene giocano al sudoku, o al solitario, o al campo minato. Mentre fuori, negli open space, con le cuffiette a prendere telefonate, o peggio, nei corridoi, stretti nei loro completini low cost targati "oviesse", ci sono schiere di ragazzi che eseguono compiti assurdi in condizioni assurde.

Guardate i consulenti. Hanno studiato, sanno dove sta per andare il mondo. Hanno voglia di lavorare e di arrivare. Invece sono costretti a scrivere tonnellate di slide, per vendere idee assurde ma facili da vendere internamente. Perchè questo gli chiedono i loro ottusi clienti.

Guardate i liberi professionisti, come Stefigno. Una bomba di energia e di talento, ma anche una bomba di umanità e di voglia di vivere. Guardate come viene buttato nel secchio, senza sapere che stanno cestinando un gioiello.

Potete dirlo forte: questo è un paese di merda. Scappate finchè siete in tempo.
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domenica, ottobre 19, 2008
 
Mutazioni digitali, prime impressioni "da dentro"


 


Difficile sottrarsi alla tentazione di pubblicare la registrazione video di Mutazioni Digitali, la produzione del Cannocchiale TV il cui primo dibattito, che ho condotto insieme all'incommensurabile Marco Traferri, dedicato al giornalismo partecipativo, è andato in scena ieri sera.

Le prime impressioni? Pur nella veste di autori, abbiamo dovuto "adattarci" alle regole televisive, e non è certo un mestiere che si impara dall'oggi al domani. Tutto sommato, il fatto stesso di essere sopravvissuti a una diretta di quasi due ore, soprattutto grazie alla mirabile regia di Fabrizio Ulisse e alla bravura della sua squadra, è da considerarsi un successo. Nessuno dei presenti ha abbandonato la sala prima della fine e anche questo è un segnale positivo. Ma la cosa che più conta è stata la fantastica prova degli ospiti: ci sono state scintille e colpi di fioretto su cui avrò modo di dilungarmi nella sede più opportuna. Nel frattempo, se non avete visto ancora nulla, provate a fare "play" qui sopra...
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giovedì, ottobre 09, 2008
 
Il DemCamp e i suoi derivati



Quando i radicali italiani, ormai qualche mese fa, decisero di inserire un BarCamp nell'ambito della tre giorni “Esperimenti democratici”, svoltasi a Roma lo scorso weekend, qualcuno ritenne di storcere il naso. Il BarCamp, fu detto, è una conferenza che nasce spontaneamente, dal basso, e non può essere una istituzione, e meno che mai un partito, a prendere l'iniziativa in questo senso.


Il movimento radicale però ha un “Track record” glorioso e pressochè immacolato in materia di strumenti di comunicazione. Furono i primi a mettere a disposizione degli italiani uno strumento di informazione disintermediata, quella Radio Radicale che ancora oggi è in grado di trasformare in trasparenti vetrate le mura dei palazzi del potere. Furono tra i primissimi a portare internet in Italia, con Agorà Telematica (mio ISP dal 1992!), che prima ancora era una florida BBS di discussione politica, aperta a tutti e senza censure. Si deve ai radicali, e in particolare a Marco Pannella, l'esistenza del più grande archivio digitalizzato multimediale della vita istituzionale italiana, accessibile a tutti: un esempio che ha poi spinto altri archivi fondamentali, come quelli del LUCE e delle Teche Rai, a compiere la stessa scelta. Infine sono stati ancora i radicali, con Fainotizia.it, i primi a tentare un approccio strutturato al citizen journalism, che permetta ai grassroots reporters di guadagnare credibilità stringendosi intorno ad alcune regole condivise.

Per questo i radicali meritano l'apertura di una linea di credito anche nel loro tentativo di utilizzare la metodologia del Barcamp per fare emergere nuove idee e rimuovere ogni residuo fisso di autoreferenzialità.

Se a questo punto proviamo a chiederci se – con il DemCamp – siano riusciti nell'intento, penso che la risposta sia a metà strada. Non si può dire che non siano stati rigorosi nel rispetto delle regole formali e sostanziali. Chi ha deluso non sono stati gli organizzatori, ma – dispiace dirlo - alcuni Barcampers.

Come ha detto giustamente Robin Good nel suo intervento a fine serata (di cui ho apprezzato la sostanza, mentre per quanto riguarda la forma temo non sia più sufficiente parlare dal fondo della sala per autoproclamarsi “veri democratici”), alcune persone non hanno preso il microfono per condividere idee, ma per sottolineare la propria presenza. Potrei aggiungere che qualcuno ha fatto del tema dell'incontro – la mancanza di democrazia  - una sorta di “marketing dell'esigenza” per poi, sostanzialmente, provare a vendere un prodotto. “Mica siamo al Comdex”, mi veniva da dire.

Sul citizen journalism, poi – un tema su cui sono costretto a documentarmi dal momento che sto organizzando un dibattito in materia – mi sembra ci sia molta confusione. Ci sono iniziative meritorie, che però non sfruttando affatto i nuovi strumenti di condivisione finiscono per essere puri e semplici serbatoi di controinformazione, come ne sono sempre esistiti anche prima dello sviluppo del web, senza una reale capacità di incidere sull'opinione delle persone. C'è poi molta  grande confusione sulla natura del fenomeno. Da un lato, chi considera il giornalismo “dal basso” una missione individuale (“ora decido di fare il giornalista libero”) - cadendo in tutti i tipici vizi di autoreferenzialità e culto della personalità che imputiamo alle solite, ben note blogstar. Dall'altro, chi estremizza nella direzione opposta, parlando del fiume dei video girati dai turisti in occasione dello tsunami come di “giornalismo” quando in realtà in quella occasione fu rivelata solo l'evoluzione tecnologica che permette il dispiegarsi dell’aspetto multimediale del fenopmeno. E infine tante parole sugli strumenti, ma non una parola sulla necessità di darsi delle regole, di compiere “quello scrutinio collettivo” di cui parlò qui a Roma Al Gore (rispondendo a una mia domanda) per verificare le notizie e accertare l'assenza di eventuali conflitti di interesse degli autori degli articoli. Elementi – questi ultimi -fondamentali proprio per rispedire al mittente le prevedibili e interessate critiche che già provengono dai mainstream media. Tutti elementi che invece erano risultati centrali nel corso della presentazione di AgoraVox che – in un clima molto più concreto e meno “messianico”, si era svolta solo 24 ore prima al quartiere Pigneto proprio per proporre una via strutturata, ma non per questo meno democratica, al citizen journalism.

In ogni caso, in questi giorni in cui sono costretto a girare l'Italia in lungo e in largo, grazie alla prontezza con cui le registrazioni di tutti gli interventi sono stati pubblicate (in video e in MP3 scaricabili), ho potuto ascoltare molti altri interventi, e nel complesso mi sembra di poter dire che di idee buone ne siano state dette parecchie. Per quanto abbia subito varie derive (quella “fichetta”, quella “sponsorizzata”, quella “autoreferenziale” e anche quella tutto sommato più piacevole, del “cazzeggio puro”) la formula del Barcamp è sempre in grado di partorire un confronto privo di grandi barriere, da cui discende una diversità a cui non siamo abituati, circondati come siamo dall’omologazione dilagante, specialmente in ambito sociale. E’ sempre più difficile incontrare in uno stesso posto persone di diverse fasce d’età, di reddito, di provenienza culturale. E anche dando un’occhiata allo slideshow qui sopra, il DemCamp si è dimostrata una gradevole eccezione.
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mercoledì, ottobre 01, 2008
 
Tanto per ricordarci come andarono le cose

copj13.aspProprio in questi giorni sto finendo di leggere la monumentale Storia del Terzo Reich di William Shirer.

Una lettura a dir poco illuminante. Intanto, nel rivelarmi come una volta (il libro è degli anni '60) le traduzioni in italiano dei saggi erano perfette ed accurate. Oggi, neanche a parlarne: provate a leggere Chomsky, Klein o anche semplicemente Scott Adams in Italiano e vi renderete presto conto che l'unica è leggere le versioni originali. Si vede che la fretta di uscire sugli scaffali è oggi più che mai cattiva consigliera.

Devo poi aggiungere che rispetto ai molti saggi usciti negli ultimi 20 anni sul nazismo, l'opera di Shirer, che ha vissuto sulla sua pelle quegli eventi, essendo stato corrispondente del New York Times a Berlino prima della guerra, e comunque in zona d'operazioni nel periodo bellico, è stata scritta per così dire "a caldo", e cioè subito dopo la pubblicazione dei documenti ufficiali del Terzo Reich. Un libro, si disse per anni, "parziale" perchè scritto ancora con la logica dei vincitori. Di fatto, però, proprio perchè racconta non la storia, ma una "cronaca" ancora non ingiallita dal tempo, è un lavoro molto più fresco rispetto alle tante storture della storiografia più recente, in cui il genere soffre di una sua fisiologica stanchezza, stretto come si ritrova tra i malcelati corteggiamenti di alcuni autori e la sostanziale saturazione di tutta la documentazione relativa a quegli anni (documenti diplomatici, circolari e rapporti governativi, memorandum delle cancellerie) che specialmente dopo il crollo del muro è ormai disponibile nella sua quasi integralità.

E se quindi solo qualche anno fa sarei inorridito rispetto alle banali generalizzazioni di Shirer che non esita a chiamare in correità - per dirne una  - tutti i tedeschi nella follia hitleriana, e anche rispetto a molte espressioni irrituali, con cui vengono senza mezze misure definiti i protagonisti dell'epoca, oggi in realtà una lettura così franca genera quasi sollievo. Per essere chiari: se scrivere queste cose subito dopo la guerra era considerato normale, indicando senza troppi problemi chi erano i buoni e chi erano i cattivi, evidentemente ci sarà pur stato un motivo, che potrebbe essere il fatto che - magari - effettivamente da una parte è esistito un manipolo di sconsiderati che ha inteso assoggettare il mondo intero, col sostegno di una ideologia aberrante, mentre dall'altra - pur dopo troppe, colpevolissime esitazioni - una alleanza di stati democratici, col contributo irrinunciabile di uno stato totalitario retto da un'altro sanguinario dittatore, ha dovuto in qualche modo organizzarsi, pagando a sua volta un prezzo altissimo, per impedire che ciò accadesse. Cose che - dette oggi - non sembrano più così banali.

Insomma, un libro non solo scritto bene, ma che fa del bene alla nostra coscienza di occidentali. Se una oscenità del genere è stata possibile in una delle culle della nostra cultura, occorre davvero tenere la guardia molto alta.

Personalmente è stata inoltre l'occasione di ritrovare tante vecchie conoscenze del periodo oggetto della mia tesi: l'infaticabile Attolico, l'uomo che aveva così tanta paura della guerra da rivelarsi uno dei personaggi più impegnati nel tentativo di scongiurarla; l'ineffabile Francois-Poncet, che cercò in ogni modo di riabilitare, nelle sue memorie postume, la fallimentare gestione della sua missione di Ambasciatore a Berlino e poi a Roma; e poi altri personaggi controversi, come Shleicher, Von Papen, Helder, tutti solo apparentemente marginali rispetto alle orrorifiche figure del nazismo ma che più degli onnipotenti Goebbels, Ribbentrop e Goering risultarono decisivi (in negativo) nelle molte circostanze in cui si poteva ancora fermare Hitler. Invece di insistere nella comoda caratterizzazione di quei folli che furono gli esecutori materiali della tragedia, capire il fallimento di queste figure solo apparentemente secondarie è forse il modo migliore per imparare la lezione, ed impedire che lo scempio possa ripetersi nuovamente. Perchè senza memoria, come qualcuno ricorda ogni tanto, non c'è futuro.
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lunedì, settembre 22, 2008
 
La Coda Lunga degli Eventi Bloggaroli

codaeventibloggaroli


Non credo sia sano nè utile unirmi al coro dei blogger che (presenti o assenti, per qualsiasi motivo) si sono scagliati contro la BlogFest di Riva del Garda, descrivendola - pur con diverse sfumature - come la più inconcludente sagra dell'autoreferenzialità. In questo post non intendo infatti parlare del merito, ma del metodo.

E parlando del metodo, dai resoconti risulta indubbio che - da punto di vista dell'affluenza e del rumore di fondo generato - l'evento BlogFest sia stato un grande successo.

Potremmo spingerci fino a dire si sia trattato della più efficace applicazione della cultura degli "hit" (VIP + Blogstar) in un mondo - quello dei social media - che dovrebbe spingerci esattamente nella direzione opposta, e cioè quella delle nicchie.

Ma più ancora della formula, vorrei concentrarmi sulla sua fruibilità. Fare arrivare gente da tutt'italia in un luogo preciso (nemmeno granchè ben collegato) per parlare - una volta l'anno - di Blog, Social Network, Social Media va contro non solo la logica della Coda Lunga dei Contenuti - ma soprattutto contro la Coda Lunga del Tempo Libero delle persone. Che vorrebbero poter trovare in ogni luogo, e per tutto l'anno, occasioni per incontrarsi e parlare di queste cose, possibilmente lontano dagli orari di lavoro e in luoghi facilmente accessibili e ben collegati.

Così, quasi per scherzo, ho disegnato "la coda lunga degli eventi bloggaroli", dove i maxi eventi sono in alto, e appartengono alla stessa cultura degli "hit" che si propongono di abbattere mentre, scendendo giù per la coda, si incontrano eventi sempre più "micro", sempre più frequenti, sempre più disseminati logisticamente e - in ultima analisi - sempre più fruibili.

Il che - beninteso - non vuol dire che a un Twitteritivo organizzato all'ultimo momento (come quello che ho convocato con un semplice twit qualche giorno fa, ritrovandomi in mezzo a una ventina di persone di cui ne conoscevo la metà) si riescano a disegnare i grandi scenari del futuro...ma almeno si ha il tempo per parlare, per conoscersi, per dare "un volto al nick", e magari per far "succedere le cose".

Molte delle cose più produttive che mi sono accadute in questi ultimi mesi sono nate in  incontri personali, più o meno microscopici, con le persone con cui potevano esserci interessi in comune o più semplicemente cose interessanti di cui parlare. Tanto per ricordarci che, alle volte, lo one-to-one non funziona solo nel marketing.
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